giovedì 6 settembre 2007

Considerazioni


Cesi 17Febbraio 1996
Stanco il mio occhio su di un fiore si riposa
mentre tutto gira forte intorno
orrori quotidiani scorrono in tv
e cè sempre qualcuno che non ce la fa più
io seguo tutto attentamente
l'evolversi della fine
del disastro imminente
ascolto musica se posso
penso molto,e questo è vero
al mio passato
ormai tutto,proprio tutto
mi è più chiaro
si lo sò ce l'ho con me stesso
inutilmente
come una faccia china
sulla tazza del cesso
non ho più nulla da vomitare
ne pace ne rancore
solo inutili parole
che testardo ancora scrivo
su fogli bianchi come notti insonni
la visuale non mi cambia
la mia vita come una lavagna
tutto scritto a gesso
non cè inchiostro permanente
a fissare ricordi nella mente
approcci goffi e maldestra ilarità
con quella sana e santa normalità
aimè,ormai anche l'arte è latitante
in questo delirio così incessante
solo la stanchezza domina incontrastata
è la solita frittata
è il vino che mi rende un pò pensoso
in queste cene qui da solo
silenzioso
solo il rumore della penna,del fuoco
come un rantolare
e poi giu da basso
rassicurante
ascolto del mio cane
il suo abbaiare

mercoledì 5 settembre 2007

Vecchia Poesia


13 giugno 1997
Brilla nel cielo una stella
sù più sù in alto
dove il silenzio è padrone
e solitudine cancella
in me più nulla si oppone
allo scorrere pignolo del tempo
il respiro di Dio
l'universo dilata
e nel mio cuore
una scheggia di luce è caduta
è un lampo
e l'anima mia si distende
estasiata
è solo un momento
appena un secondo
poi frenetico incessante
ricomincia a girare il mio mondo
dove vive il mio essere uomo
appicicato per terra
sempre pronto a muovere guerra
al non senso
all'irrazionale
a tutto quello che non si può capire
sentire o catalogare
sempre pronto a fuggire
a scappare
davanti al languore
di un'anima dolce
di un buco nel cuore
di quello strano umido immenso dolore
che solo l'amore può dare
che solo lui può curare
accarezzandoti il viso
così piano piano
dolcemente
come il vento fa con un fiore
eternamente

Una Vecchia Lettera


sono andato in soffitta e ho trovato vecchie lettere mai spedite ecco la prima:
Cesi 17 Aprile 1996
Ciao...eccomi qui,in mezzo ai calzini dispari mordicchiati da Kirye,in mezzo alla polvere della mia stanza,al suo disordine che rispecchia il disordine della mia vita,su questo letto pieno di niente,fra i libri e un posacenere panni sporchi e camicie da stirare,provo ascrivere,a scriverti,ho le cuffie,il cd mi assorda riempiendomi il cervello di Mozart e il suo inno alla pace,Requiem appunto...che dire,mi manchi?fra uno sprazzo di lucidità e la follia di questa mia vita che somiglia sempre più a un film di Tarantino,mi manchi,mi manca cosa?la pulizia dei tuoi occhi? i bordi delle tue orecchie?,il morbido delle tue labbra?i tuoi fianchi il tuo essere impacciata?cosa mi manca veramente se cosa è stato nulla!si direbbe nulla e nulla è vero,ma allora?ti ho difesa da me stesso e lo stò pagando ridi se vuoi,ma io stò piangendo,tranquilla,è normale,anche i ricchi piangono e così gli uomini,le piante e gli impiegati dell'ufficio postale,ridi ancora,se ne hai voglia e fai ridere anche me.
Vorrei avere una coscienza politica che mi faccia reclamare il mio bollettino elettorale,vorrei avere una coscienza e basta.
Te ne sarai accorta,sono un uomo confuso(di sicuro ora sorridi)ma non così tanto da averti non sentito,sentita in quel lampo durato due quadri,un bacio,un'abbraccio,un giro per gallerie,alcune emozioni,incazzature,delusioni varie,ma questo è poco,dentro ,almeno dentro me un morso,simile a quelli che provoca la fame o l'ansia(e si che conosco bene ambedue)un morso alla pancia che mi lascia con gli occhi aperti la notte(non sempre però) a chiedermi chi sei?...ho bisogno di te e non mi vergogno a dirlo,ti voglio(e un poco mi vergogno)mi manca la tua leggerezza e giovinezza,mi manca come manca a un "vecchio porco"e io non sono vecchio ne tantomeno porco, eppure...dove sei?mi chiedo cosa sai di me,a quali conclusioni sei arrivata su di me,mi chiedo spesso,perchè non sei qui,a lavorare insieme,a volte(perdonami)perchè non sei qui nel mio letto,a dormire guardando fuori la finestra la mattina i gerani appena sbocciati,si si lo sò la tua vita la tua casa sono pieni di gerani,di primule e panzè,eppure...mi manchi,non sono capace di corteggiarti,lo hai visto sono una frana eppure...pensando ai tuoi venerdi di un colore,alla tua follia così addomesticata,ho come un tonfo al cuore...sono un lupo e tu non sei più cappuccetto rosso.
Pensavo che il casale in Umbria riempisse tutta la mia esistenza,che il Frate prendesse il posto di mia moglie o di mio padre e che la mia arte finalmente potesse darmi magicamente le chiavi del cielo e che nel mio cuore tornasse finalmente un pò di pace,così non è stato,la vita è dura nelle sue manifestazioni,nelle sue scadenze,nel suo spargere gloria la vita è avara e io non so più se piangere come un bambino o diventare un bandito o sedere tronfio sul trono della prosopopea,della vana presunzione di un uomo che conosce il suo destino e che cavalca la sua vita verso la libertà...STRONZATE...sono qui solo,in mezzo a un disordine che in fondo mi appartiene tirando a campare convincendomi di essere un artista, un prescelto,nella falsa umiltà di chi idolatra il dio di turno,sperando di pagare le bollette che impietose si accalcano nella buca delle lettere,con la speranza che un qualche dio invisibile ai più si dimentichi di staccarmi il telefono.
Ho bisogno di te e non mi vergogno a dirlo,stammi intorno se proprio non riesci a starmi dentro,stammi vicino,tirami una corda,sono ubriaco(credo)e non dovrei bere,sono solo e dovrei ridere,sono vivo,nonostante tutto riesco ad essere vero,vero come in queste righe...
ho finito i fogli,la voglia...mi stò addormentando in questa altra notte che vola giù dalla finestra.

martedì 4 settembre 2007

Uno Sguardo Fuori


Guardo fuori
alzo gli occhi oltre la finestra
in questo spicchio di cielo
incastonato tra i palazzi
c è una strana luce viola
sicuramente artificiale
mi immagino la gente
il vivere normale
stare bene e stare male
le bollette da pagare
le persone semplici
senza tutta questa boria
ognuno con i cazzi suoi
ognuno chiuso in una storia
poi torno indietro con lo sguardo
dentro la mia finestra
il mio caos interiore
dentro questo strano cuore
guardo quello che mi resta
sulla pelle
di tutti i giorni spesi
a cercare qualche cosa
per campare
la chiave di un cassetto
dove ho chiuso storie
e sogni appesi
con contratti da tre mesi
quel sapore strano
sulla lingua e sul palato
no non il senso di sconfitta
ma quell'odore antico
di cose vecchie
dei ricordi dimenticati
dentro una soffitta...
allora faccio mio il silenzio
e con diplomazia
inizio la mia grande pulizia...
mi affaccio ancora fuori
e non sto più male
richiudo la finestra
perchè s'è fermato il vento
e s'avvicina un temporale.

Navigando


E rieccoti qua
brutto scemo
la tua penna come un remo
segui ancora vecchie rotte
in questo mare che è la notte
navigando l'infinito
oltre questo mondo rattrappito
esplori l'universo
e i suoi buchi neri
cavalcando i tuoi pensieri
ti perdi nei meandri oscuri della mente
attorcigliato ai suoi misteri
lo sguardo al cielo
e i piedi nella melma
ti sfinisci
svuotandoti la testa
senza niente che ti resta
come dopo i botti di una festa
come mele marce in una cesta
come un gallo senza cresta
come vuoti d'aria in aeroplano
come mosche in una mano
come bolle d'aria nelle vene
le parole stanno insieme
come uno schiavo
e le sue catene.

Fernando Pessoa Autopsicografia


Stasera mi sono imbattuto in uno scritto
di questo poeta che in verità conosco poco
ma leggendo queste righe ho sentito un tonfo...
esprimersi non passa solo
dalla "farina del nostro sacco"
ma credo che il "divino pane"impastato
con la farina di altri ci permette di nutrire la nostra anima
e di renderla migliore.
Non è facile accostare un immagine a parole
così stringate,essenziali e a modo loro
pure,come solo un guizzo di Spirito può essere...

AUTOPSICOGRAFIA

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo
Gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.

domenica 2 settembre 2007

L'Allieva(Racconto Erotico)


Il maestro l'aveva notata per la sua estrema umiltà,per la facilità
con la quale apprendeva e la disponibilità a imbrattarsi l'anima con i suoi concetti rispetto alla creatività emozionale espressa attraverso l'arte...ma non solo...egli aveva indovinato le sue forme esatte nascoste,mimetizzate sotto abiti mai attillati,tessuti grossolani indossati apposta per celare agli sguardi un corpo sensibile ed eccitante nella sua acerba maturità.
Lei,la sua allieva prediletta,la più dotata,la più attenta...a lui piaceva avvicinarglisi da dietro,mentre era intenta sù un modello e sentirla trasalire,non perdeva occasione di sfiorarle il seno con un gomito,mentre le insegnava il giusto uso di una miretta,sfidando il turgore dei suoi capezzoli,per poi ritrarsi dando al movimento del braccio l'innocenza del gesto involontario,osservava i tendini dei polsi guizzare mentre i polpastrelli affondavano nell'argilla umida.lei,sentendolo dietro,scostava i capelli con un movimento preciso della testa,senza nascondere il gesto voluto e studiato,offrendo la nuca e un angolo del collo bianco,sperando in un segno,uno sfioro una carezza o un bacio che tardava ad arrivare dal maestro che si mostrava distratto,faceva spesso questo gioco di sottile seduzione,lui sentiva tutto e godeva in segreto di quei piccoli gesti che aveva visto crescere e perfezionarsi durante tutta la durata del corso di modellato che volgeva ormai al termine.
Accadde tutto in una sera,lei si attardò a perfezionare un compito di figurato,il bozzetto di un uomo in verticale dalla sorprendente forma fallica,gli altri allievi si erano congedati,nel camino del laboratorio scoppiettava allegramente un ciocco di quercia,lei si volse verso il maestro cercando nel suo sguardo l'assoluzione complice per il suo ritardo,per tutta risposta lui le venne incontro tenendo fra le mani due calici di vino rosso e le sorrise con occhi furbi da gatto...appoggiò i bicchieri sul tavolo basso di fronte al camino,un tavolo di legno di Tulipè dell'isola di Giava,il suo studio parlava di se,dei suoi viaggi e delle sue ricerche,era ricavato in una vecchia stalla,con le mangiatoie piene delle sue sculture,lei si sentiva a suo agio in mezzo a tutte quelle storie,si alzò dallo sgabello e raggiunse il maestro davanti al camino,portò con se il suo bozzetto per giocare ancora all'allieva diligente,bevve un lungo sorso di vino e si sedette sul tappeto nella posizione del loto,poggiò il lavoro sul tavolo e iniziò ad accarezzare l'umida argilla,il maestro poco dietro di lei si arrotolò una sigaretta e si mise a gustare la danza di quelle dita affusolate intorno al quel fallico busto di uomo appena abbozzato,il fuoco e una candela accesa proiettavano ombre sinuose sulle pareti,presagio di uno spettacolo da godere con tutti i sensi a disposizione,mentre una musica particolare,un jazz con ritmi tribali usciva dalle casse poste in fondo allo studio per riempire discretamente lo spazio senza prenderne il posto.
Lei sapeva di essere osservata,radiografata da quegli occhi che tanto aveva temuto,ora una perla di sudore le colava dalla nuca dietro le spalle,insinuandosi nel solco divino della sua spina dorsale,evaporando poi nel calore della sua pelle eccitata dal vino e dal fuoco che danzava sfrontato di fronte al suo corpo.
Trattenne il respiro un momento per seguire quella goccia assassina che segnò l'inizio di un sogno,riprese a respirare e si turbò sentendo il suo odore di donna,quel sapore di miele fermentato che inumidiva il pizzo delle sue mutandine,saliva dal basso del suo ventre accarezzandole i seni scivolando sul collo ,aprì un poco le labbra per sentirne il sapore,ricordo di giochi davanti lo specchio,lo stesso sapore che restava sulle dita bagnate,era tutta un rossore e anche se era di spalle si sentì come un Giano bifronte,aveva quello sguardo addosso,da dietro il maestro godeva di quel mistero appena svelato,lei allora si bagnò le mani nel rosso del vino e iniziò a inumidire l'argilla che a contatto col liquido prese vigore e sembrò inturgidirsi sotto le sue mani prendendo la forma di un fallo gigante,mitologico,lo accarezzò mimando un amplesso offrendosi in quello spettacolo per quell'uomo seduto vicino,che posato il bicchiere per terra le si sedette dietro,a distanza,spostò la coda dei suoi capelli e finalmente poggiò le labbra umide semiaperte in un bacio bagnato sulle spalle ansiose,disegnando con le mani i bordi del suo busto fino alle pieghe dei suoi fianchi seguendo con le dita la curva della sua vibrazione,in risposta alla pressione del palmo delle mani lei si piegò in avanti,sciolse le gambe dalla posizione del loto e si mise in piedi,facendosi sfilare delicatamente la gonna di lana cotta,ormai inutile difesa di fronte al desiderio di essere sua,così fece il maglione il reggiseno e le mutandine di pizzo fradicie di umore,che lui prese fra le mani e ne odorò l'essenza a fondo,come per scolpire l'idea di quel corpo che iniziava ad esplorare,seduto da dietro usando la lingua per tracciare una linea dalla nuca fino alla grotta del serpente,baciò la sua schiena fino all'incrocio dei fianchi,spingendo poi con il mento fino a metterla prona per respirare a fondo il suo odore nascosto,scivolò col naso fra i glutei fino al primo orifizio,sfidando le regole leccò intorno quel buco e nel besonegro la sentì sprofondare nel desiderio assoluto con la sua faccia immersa nel piacere di un melone spaccato in mezzo al deserto succhiando e leccando il suo sapore con gusto ,col naso la lingua e il mento immerso in quel languido lago la sentì fremere nello spasmo venendogli in bocca in un interminabile orgasmo...lei allora tremante sdraiata supina sul tavolo aspettava la prossima mossa di quell'uomo strano,del suo maestro,che le girò intorno godendosi ancora quel corpo perfetto,le si mise col membro davanti alla faccia spostata all'indietro sul bordo del piccolo tavolo,le fece annusare il suo odore e spinse col glande sulle sue labbra ormai gonfie e lei lo prese a leccare, avida, stupendosi di come profonda poteva essere la sua bocca,di come poteva scendere fino in fondo alla gola,e lui la prese in quel modo,facendole crescere dentro il suo membro, duro come il granito che domava lavorando a scalpello,lei era ormai un'unica grotta,umida e calda che aspettava il suo fiotto,lui le fece sentire ancora per poco la forza del suo essere maschio,poi con calma come se lei fosse un blocco d'argilla la mise in ginocchio sul tavolo,la morse sul collo come un gatto selvatico e la prese di nuovo,stavolta entrandole dietro,senza sforzo, per come lei si era aperta offrendosi tutta in un dono,cercò poi quel posto proibito e trovò subito un varco e appoggiandole l'asta sul bordo fece una pausa per aspettare il consenso,quel sottile confine fra il "si io ti voglio"o il farsi indietro negandosi,allora lei gli si fece incontro facendolo entrare lì dove mai nessuno era entrato,dove nessuno dei suoi giovani amanti aveva mai osato,quel nuovo piacere le riempiva ora la pancia e venne di nuovo,lui le entrò fino in fondo e sentiva li testicoli sbattere sul clitoride duro,lei li afferrò con tutte e due le mani prendendosi tutto,usandolo come un giocattolo erotico, fino a farlo godere con un guizzo caldo che si confuse sul bianco del suo sedere violato,scivolando poi in terra in mezzo ai bicchieri di vino sporcando il tappeto,mentre il fuoco si spegneva in un sospiro infinito.